Visualizzazione post con etichetta Amori giovanili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amori giovanili. Mostra tutti i post

sabato 30 giugno 2012

Anni 70 in tv: "Non stop"

L'altro giorno qualcuno che conosco ha citato una trasmissione che avevo relegato nell'angolo dei ricordi più lontano: "Non stop" è andata in onda negli anni 1977/79, quando io frequentavo la scuola media.
Per certi versi gli anni settanta televisivi sono stati forse i più interessanti della storia italiana, quando ancora la trasgressione non era volgarità e abitudine. La voglia di una certa libertà di pensiero e la vivacità creativa che in quel momento stava percorrendo la società italiana (con il suo contraltare negativo che fu la stagione del terrorismo, ma che non può in nessun modo offuscare ciò che di positivo certi movimenti portarono nella ingessata società italiana - tra tutti il femminismo) era riuscita a trasparire anche alla Rai, e non solo nei programmi di intrattenimento.
"Non stop" era un varietà che ha presentato dei comici che successivamente avranno un certo successo - basti citare i 3 della Smorfia, i Gatti di Vicolo Miracoli, i Giancattivi, Carlo Verdone, Zuzzurro e Gaspare, Marco Messeri, ecc.
 In quegli anni nei media inizia a comparire anche l'argomento dell'omosessualità, in un certo senso in modo più naturale di come avverrà nei decenni successivi.
Nella trasmissione "Non Stop" ad esempio c'era il personaggio di un omosessuale interpretato magistralmente da Ernst Thole (figlio del famoso illustratore Karel Thole, autore delle copertine di tantissimi classici Urania).
 Io di questa trasmissione ho ricordi un po' confusi, altalenanti, ma so che mi colpì molto all'epoca il modo un po' surreale e disordinato di presentare personaggi e ambienti - cosa che si può notare anche nel video della sigla del 1979 (notare al minuto 1.41 una specie di clone del cicc uomo sovrappeso di "Lost"…).



Non parlerei di questa trasmissione se non fosse per un particolare che me la fece amare tantissimo all'epoca: la sigla di apertura delle prime puntate (forse fino al 1978, non lo so, perché poi fu sostituita da quella che si può vedere nel secondo video) cantata da Nancy Nova; questa sigla fino a qualche anno fa la si poteva trovare in rete, ma purtroppo è stata tolta, per cui il video che qui vedete ripropone solo l'audio e il fotogramma fisso del 45 giri.
Per quel che ricordo c'era una donna che mi sembrava più magra e diversa dalla cantante titolare della sigla "Akiri Non stop" (della cui surrealtà non voglio neanche parlare), ma è possibile che i miei ricordi siano del tutto falsati dal passare del tempo e soprattutto dall'emozione che mi procurava sentire ogni settimana quella canzone - e vedere quella donna che si aggirava sensualmente su un finto ring di pugilato (almeno a me sembra di ricordare così!).
Quello che mi procurò i primi turbamenti sessuali  fu la particolare intonazione di voce di questa cantante (mai più ascoltata in seguito fino a pochi giorni fa, grazie a Youtube): le vie che ci portano a costruire il nostro percorso sentimentale-affettivo  sono infinite e spesso bizzarre. A distanza di più di 30 anni riascoltando quella canzone sono stata riportata istantaneamente davanti alla me stessa adolescente, ignara, sola, ingenua e spaventata: cosa significavano quei sentimenti che mi ribollivano dentro mentre ascoltavo quella assurda canzone? Perché aspettavo con ansia il giorno in cui l'avrei rivista e riascoltata?
Il corto circuito tra quello che ero allora e quello che sono adesso e la constatazione di una ferita mai chiusa - ma solo sepolta in profondità mai troppo abissali - mi ha procurato una commozione inattesa, un senso di tenerezza durante questo momento di sdoppiamento e sfasamento temporale: ero la ragazzina del 1978, e nello stesso tempo la signora del 2012 che guarda da lontano se stessa, una se stessa che non è possibile aiutare - non più (aiutare a non essere spaventata da quei sentimenti e a viverli normalmente - ci tengo a precisare).

P.S: Lo so, ho scritto più post nell'ultima settimana che nell'ultimo anno, quasi, ma si tratta di un caso - l'occasione di un ricordo così intenso è abbastanza raro.

martedì 13 settembre 2011

Hana Mandlikova e la mia epifania


Era l'estate del 1981. Ero un'adolescente un po' inquieta ma tutto sommato felice, senza grossi problemi in famiglia o a scuola. Certo, sentivo dentro di me una sfasatura, una mancanza, un anelito verso qualcosa di indefinibile.
Questo qualcosa avrebbe preso forma nella maniera più strana durante quell'estate.
 Fino ad allora non avevo mai pensato a cosa volesse dire "mettersi assieme" a un ragazzo; neanche le mie più care amiche ci pensavano molto, non se ne parlava, e a me andava bene così. Sull'argomento ero abbastanza ignorante e non avevo nessuna curiosità. I miei interessi del tempo erano altri, tra cui la lettura.
Davvero non ero attratta da altri? Davvero non avevo preso mai una cotta per nessuno? No, non era così, ma io non lo sapevo, non me ne rendevo conto chiusa com'ero all'interno della rappresentazione fasulla del mondo che ne dava la maggioranza etero.

A quei tempi la Rai trasmetteva  quasi interamente i tornei di tennis del Roland Garros e di Wimbledon, sia maschile che femminile. Il tennis mi piaceva abbastanza, potevo assistere agli spettacolari duelli tra McEnroe e Borg, tra la Evert e la Navratilova - e così via...
Non ricordo esattamente la prima partita in cui la vidi: forse un ottavo di finale addirittura, o più probabilmente dei quarti. Fu un colpo di fulmine: Hana Mandlikova era una giovane giocatrice ceca (anzi, cecoslovacca) che si muoveva sul campo con una grazia e una perfezione adorabili. Il suo gioco era efficace e fantasioso al tempo stesso; slanciata, non muscolosa, un volto paffutello e un po' infantile, due occhi che mandavano dei lampi azzurri, a volte decisi, a volte timidi.
Hana si era già fatta notare proprio in Italia pochi anni prima in un famoso torneo giovanile, da cui erano usciti tanti futuri campioni. Poi l'exploit a Parigi nel 1981: vinse prima i quarti, poi la bellissima semifinale contro la Evert, infine la relativamente facile finale con un'altra outsider, la tedesca Hanika.
Potei anche assistere all'intervista del dopo partita con il mio nuovo idolo, che contribuì a farmela amare ancora di più. Non mi rendevo conto che questo sentimento era oltre il lecito, e non solo perchè mi ero innamorata di un personaggio "televisivo", irraggiungibile. Per inquadrare bene questo mio sentimento avrei dovuto far passare anche Wimbledon dove purtroppo iniziò a uscire fuori il carattere fragile della Mandlikova, che perse malamente la finale con la Evert.
Qui il link a una specie di reportage su quel Roland Garros, qui invece un'analisi precisa del suo stile e del suo modo di giocare a tennis; per il resto su Youtube basta digitare il suo nome aggiunto a quello della Evert e della Navratilova per vedere dei pezzi di quelle partite memorabili.

Cominciai a comprare tutte le riviste di tennis che uscivano all'epoca (ben tre), a cercare sue notizie dappertutto, avidamente. Ci fosse stata internet probabilmente avrei scaricato ogni suo video possibile, ogni foto, ogni notizia; purtroppo io potevo accontentarmi di ben poco: non avevo neanche un registratore di vhs per registrarmi le partite (non so neanche se esistessero all'epoca).
Fino ad allora non sapevo quasi neanche cosa fossero le lesbiche. Conoscevo il termine, certo, e il significato, ma non mi riguardava, non mi interessava l'argomento.
Alla fine di quell'estate la mia ossessione per la Mandlikova iniziò ad inquietarmi un poco, c'era qualcosa di estremamente "sbagliato" in questa cosa, lo sentivo.
Poi una notte successe, lo ricordo come fosse ieri: mi alzai a sedere, al buio, e mi dissi chiaramente "io sono lesbica". Ero terrorizzata e disgustata al tempo stesso, d'un colpo tutte le tracce e gli indizi del passato si misero al loro posto, come in un veloce gigantesco puzzle di ricordi: la mia prima cotta, una ragazzina che era un'amica di una mia compagna delle medie,  il grande amore che avevo avuto i primi due anni di liceo per una compagna di classe, quello durato un'estate per la cugina di un mio vicino di casa, il mio odiare i vestiti femminili, l'essere totalmente disinteressata ai ragazzi.
Non conoscevo nessuno con cui potermi confidare, non subito almeno; non conoscevo nè mi sarei mai accorta di altre persone gay come me per anni; ero sicura che i miei non avrebbero sopportato di sapere questa cosa, che all'epoca mi sembrava quasi come avere la peste.
Era il 1981, forse qualcuno potrà ricordarsi come degli omosessuali si parlasse pochissimo e solo come macchiette o per denigrarli; non c'erano film (quasi), telefilm, personaggi pubblici, asssociazioni, libri pochi e conosciuti solo da intenditori. Qualcosa iniziava ad apparire nella musica pop e rock, ma sembrava più per gusto dell'eccesso che per proporre un proprio valido e normale orientamento sessuale.
Mi sentivo sola come un cane, gravata di un peso enorme; pensavo che non avrei mai potuto avere una vita normale e felice. Avevo dei pregiudizi enormi sull'omosessualità, in realtà non ne sapevo niente.
Passai quasi tutte le notti di quel periodo a piangere. E' stato un periodo molto brutto della mia vita, è qualcosa che so avere avuto una terribile influenza sul mio modo di pensare di quegli anni, ma le cui conseguenze si sono poi protratte molto a lungo. La sfortuna ha voluto che non potessi incontrare nessuno che mi dicesse "ma che cavolo stai dicendo? non sei più anormale di qualsiasi altro adolescente della tua età, non c'è niente di terribile a essere quello che sei, ad amare le persone che ami"; il mio carattere introverso, timido e sensibile ha fatto il resto: mi sono rinchiusa in un guscio sempre più autoreferenziale, buio, triste.
Ho pensato spesso alla morte. Non credo di averlo mai veramente voluto, ma ci pensavo tanto. Alcune volte passavo le notti a pensare quale fosse il metodo più indolore per togliersi la vita; il buon senso mi faceva però sempre concludere che non avrei mai potuto dare questo dolore ai miei, non se lo meritavano. Non avrebbero mai saputo il perchè - questa mi sembrava una cosa ancora più terribile.
Adesso per fortuna esistono associazioni che assistono gli adolescenti gay, molti di loro certamente hanno avuto gli stessi pensieri che ho avuto io. Tanti adolescenti suicidi senza apparente motivo probabilmente sono gay. Spesso si  descrivono questi ragazzi come "senza problemi", "bravi a scuola", "con amici", aventi "buoni rapporti con i genitori", il suicidio sembra "inspiegabile"; manca sempre un tassello per sciogliere l'enigma della loro morte.

Molto lentamente avviai un percorso personale di conoscenza e accettazione di me stessa; iniziai a leggere libri, a documentarmi, a cercare dei modelli e degli esempi positivi. Dopo un anno mi confidai con le mie due migliori amiche, anche se servì a poco. La Mandlikova uscì gradualmente dai miei pensieri, sia perchè si ritirò molto presto dai campi da gioco, sia perchè seppi che si sposò con un australiano; questa cosa mi deluse un po', anche se sembrava perfettamente normale. Solo dopo tanti anni seppi che lei era lesbica e che aveva una relazione con la Novotna (il matrimonio con l'australiano era finito da parecchio tempo, durato un paio d'anni), la giocatrice ceca come lei che si mise ad allenare nella sua seconda carriera nel tennis; fragile psicologicamente come la sua maestra riuscì però a vincere il Wimbledon che sfuggì alla Mandlikova tanti anni prima - ma io ormai non seguivo più il tennis e neanche la Rai (qui ho trovato notizie più recenti - la sua nuova compagna, la fecondazione assistita, la maternità).
Oggi gli adolescenti gay fanno coming out molto presto, a parte le situazioni di non accettazione in famiglia di solito riescono ad avere le loro storie, ad amare in maniera spontanea e non colpevolizzante i loro compagni e le loro compagne; frequentano i luoghi di ritrovo gay, vanno ai Gay Pride, si divertono, vivono la loro vita, magari con qualche battaglia in più da combattere rispetto ai loro coetanei etero: ma lo fanno a viso aperto, con coraggio.
Io ho dovuto guardare delle partite di tennis alla tv per rendermi conto della mia omosessualità: non il modo migliore di iniziare a vivere i sentimenti più naturali del mondo in una fase così delicata come l'adolescenza.
Auguro a tutti i giovani gay e le giovani lesbiche che possano vivere con serenità le loro vite, e spero che quelli che non vivono in occidente e che hanno adesso molti problemi possano un giorno avere il diritto di amare a viso aperto, come tutti.


giovedì 19 agosto 2010

Sigourney Weaver in "Alien"

Il film di Ridley Scott apparve in un'epoca (fine 1979) in cui nella fantascienza gli alieni erano o strani o comunque non cattivi (vedi "Incontri ravvicinati del terzo tipo"), e il design delle astronavi e degli ambienti luccicava come in "2001 Odissea nello spazio" o nel telefilm di "Spazio 1999".
A dire il vero "Alien" è un fanta-horror e ha più cose in comune con "La Cosa da un altro mondo", per certi versi, che con la fantascienza spaziale;  eppure il suo stile cupo, "vissuto",  realistico ha fatto epoca proprio nel genere della fantascienza.
Per la me stessa del 1980 (che credo sia l'anno di uscita del film in Italia) "Alien" rappresenta l'incontro con un'attrice che mi ha fatto innamorare perdutamente ( e messo forse sulla via della comprensione della mia omosessualità). Sigorney Weaver all'epoca lavorava in teatro, aveva un'esperienza quasi nulla nel cinema. Non era giovanissima, nè bella secondo i canoni classici, ma aveva dalla sua certamente un'altezza che ne aumentava la presenza scenica. In "Alien" era attorniata da attori con fama ed esperienza: Tom Skerrit, Harry Dean Stanton, Ian Holm, ecc.
All'inizio del film fui presa dalla storia, dalle sue atmosfere cupe; della snella riccioluta mi accorsi veramente solo a partire dal minuto 34 : ricordo ancora con esattezza il momento in cui  mi si accese la lampadina del colpo di fulmine, il momento in cui pensai "ma che bella!".  Il suo "no, non posso farlo" (ad aprire il portello di entrata dell'astronave) la poneva da quel momento in poi come la protagonista assoluta del film: aveva avuto ben ragione a invocare la quarantena per lo sfortunato uomo dell'equipaggio assalito dalla "piovra" aliena...
Nel film la Weaver veste per tutto il tempo la pratica tuta che non lascia scoperto un centimetro di pelle: a me sembrava già così molto sexy - così come trovavo sexy il suo non essere affatto truccata, la sua determinazione, la sua intelligenza, la sua "piattezza" là dove gli uomini sognerebbero altro.
Verso la fine del film, quando la Weaver tenta di rilassarsi a bordo della navetta superstite, ecco che invece il regista ci regala uno spogliarello dell'attrice, causa emergenza aliena: l'inquadratura dal basso in alto altezza inguine della Weaver che deve mettersi la tuta spaziale la ricorderò credo fino alla morte. Fino ad allora non avevo avuto modo di avere incontri ravvicinati con la fisicità del corpo femminile - incontri consapevoli e in cui potessi ascoltare le reazioni del mio corpo: la visione del corpo della Weaver - in quel modo, in quel contesto -  fu una delle cose più eccitanti  della mia adolescenza.
Sigourney Weaver da allora in poi acquisì una certa fama che la vide recitare in molti film durante gli anni 80 - anni pessimi per il look delle donne che venivano gonfiate cotonate e truccate con vistosi orribili colori accesi. Infatti per la Weaver, che pur continuavo ad apprezzare grandemente, non ebbi più quel trasporto quasi fisico dei tempi di "Alien"; quando nel 1986 tornò  Ripley in "Aliens - Scontro finale" le avevano accorciato i bei capelli lunghi e nel complesso il suo fascino mi sembrava diminuito alquanto (a parte la diversità del film - ma tutti gli altri film della "serie" non hanno molto a che fare con il capostipite).
Un guizzo di sensualità l'ho provato durante la recitazione della Weaver in "Alien: la clonazione" dove il duetto con Winona Ryder è notevole, e dove lei regge benissimo l'età non più giovanile (a meno che abbia iniziato lì a farsi qualche ritocchino - cosa orribile per me a pensarsi ma basta confrontare la Weaver di "Avatar" e quella che si vede nelle interviste all'interno dei dvd di "Alien", ad esempio: per carità, se ritocchi ci sono stati sembrano ben diversi dalle spianate plastiche che rendono di solito gli attori delle maschere senza espressione - per fortuna).
Il modello della donna "forte", al limite anche dura e muscolosa sarà ripreso poi in altri film secondo me scadendo poi nello stereotipo opposto a quello della "femminile sdolcinata" - più o meno imperante fino ad allora. Ripley non usa i muscoli, ma la sua forza naturale e la sua intelligenza, mantenendo una sua personale e non stereotipata femminilità; la Weaver era una Ripley perfetta ("born to be Ripley", come dice Ridley Scott), tanto che questa simbiosi si perpetuerà ben ben altri 3 film (con vagheggiamenti per un quarto).

Le immagini sono prese dal dvd di "Alien" edizione speciale e sono Copyright©20th Century Fox

mercoledì 14 luglio 2010

Sabrina di "Charlie's Angels"

Continuo con le mie rimembranze televisive ani 70/80: all'epoca guardavo veramente di tutto, compreso il famigerato "Charlie's Angels". Di quel telefilm ricordo poco e niente, se non la mia fascinazione per Sabrina (Kate Jackson) - non a caso la meno "bona" e femminile del cast. Non ricordo bene perchè Sabrina mi avesse così colpito - in fondo era fin troppo magra e dalle forme "aguzze" per essere il mio tipo.
Non credo di essere la sola lesbica che avesse un debole per Sabrina (debole che non è sopravvissuto al tempo limitato in cui guardai il telefilm - che da una parte rimaneva entro la visione abbastanza maschilista delle bone a disposizione dell'invisibile Charlie, dall'altra proponeva anche tra le prime volte una figura - anzi tre - di donna d'azione).
Non so se è per questo che tempo fa è stata partorita una specie di rivisitazione di "Charlie's Angels" in salsa lesbica che io ho visto sotto forma di divertente cortometraggio a uno dei festival del cinema gay; da quest'ultimo è stato tratto poi un film (che non ho visto) uscito anche nelle sale, e trovabile in dvd: "D.E.B.S. - Spie in minigonna" è il titolo.
Kate Jackson la ritroviamo successivamente in un film che ha fatto la storia del cinema gay: in "Making love" recita la parte della moglie di un uomo che dopo 8 anni di matrimonio si scopre gay e che poi va a vivere con il suo uomo. Ricordo che vidi il film tantissimo tempo fa, in un'epoca in cui si potevano vedere in tv (e non di notte) film come "Due donne in gara" ("Personal best", con Mariel Hemingway); anche se il film "Making love" era molto casto l'argomento trattato di certo non era usuale per la tv italiana.

martedì 8 giugno 2010

La perla di Labuan

Fino ai 16 anni ho vissuto nell'inconsapevolezza di essere lesbica; semplicemente vivevo dentro di me in maniera naturale (ma anche nascosta, in un istintivo senso di difesa) il mio amore per le donne, presente da sempre - ovvero da quando qualsiasi essere umano inizia ad interessarsi e interagire con gli altri simili, riconoscendo tra essi quelli che ci trasmettono più calore, più sentimento, e una indefinibile sensazione di esaltazione e felicità.
Il primo ricordo di una "cotta" per una bambina risale al tempo delle scuole medie: era un'amica di una mia compagna di scuola, la incontravo molto raramente quando andavo a trovare questa compagna a casa sua, durante delle bellissime (per me) partite di ping pong. Questa bambina che suscitava in me sentimenti a cui non sapevo dare un nome ( e neanche mi interessava) apparteneva a una tipologia fisica che poi raramente avrei apprezzato: bionda e con gli occhi azzurri.
Non molto tempo dopo mi sarei innamorata all'istante di una creatura più eterea, un personaggio televisivo, anch'essa bionda e con gli occhi azzurri: "Marianna la perla di Labuan".
Chi è cresciuto negli anni settanta sa l'impatto che ebbe sul pubblico giovanile lo sceneggiato "Sandokan", che lanciò il mitico Kabir Bedi e gli altri personaggi della saga salgariana. Tutte le donne e le bambine erano innamorate di Kabir Bedi, tranne me; io spasimavo per quel personaggio di giovane fanciulla da "salvare", timida e dolce, interpretata da Carole André. Posso ricordare anche il momento esatto in cui iniziò il mio "amore": la famosa scena in cui il prode Sandokan salva la perla di Labuan (caduta da cavallo) dall'assalto di una povera tigre. Su Youtube ho trovato proprio quella scena, qui.
Oggi ricordo con un sorriso quei tempi, quell'ingenuità, quei sentimenti molto puri e molto nascosti; tuttavia la televisione fu un mezzo molto importante per la mia formazione sentimentale (nella "realtà" mi muovevo - allora come adesso - con evidente difficoltà).