giovedì 30 dicembre 2010

Fumetti a tematica omosessuale

Così come negli ultimi due decenni si sono moltiplicati i film e la letteratura che presentano storie di gay e lesbiche nella stessa maniera "normale" di quelli etero (e non più come casi speciali, tragici, o immorali) così anche nel campo del fumetto si sono visti sempre più autori - spesso omosessuali - raccontare vite quotidiane di gay e lesbiche, e senza nessun intento "settoriale": storie rivolte non solo ai gay, dando per scontato che  le vite di qualsiasi persona, qualunque sia il suo orientamento sessuale, sia interessante per tutti.



Ultimamente mi è capitato di leggere il bel libro a fumetti "Fun Home" di Alison Bechdel, autrice cinquantenne di fumetti e della famosa striscia "Dykes to Watch Out For", di cui la Rizzoli ha curato una selezione intitolandola "Dykes: lesbiche, lelle, invertite" (abbastanza orrendo il titolo reinventato).
"Fun Home" è una specie di autobiografia della Bechdel incentrata molto sul suo rapporto col padre, omosessuale represso; la storia tuttavia è piena di echi letterari, è scritta (e disegnata) benissimo e ci sono all'interno molte riflessioni su cosa vuol dire vivere la propria omosessualità.
Il libro che raccoglie le strisce di "Dykes to Watch Out For" invece è più rivolto alla comunità gay, nonostante ciò è godibile anche per chi è interessato ai temi del femminismo, della politica americana, della lotta per i diritti di tutti: i personaggi ritratti dalla Bechdel (la cui serie iniziò ad essere raccolta in volume dal 1987) crescono ed evolvono (anche stilisticamente) col passare del tempo, attraversando tutta la storia americana di questi ultimi 20 anni.

In campo maschile invece abbiamo la figura abbastanza nota di Ralf König, autore tedesco in Italia pubblicato specialmente da Kappa Edizioni. Il suo è un umorismo tagliente, colto, e senza peli sulla lingua: la sua rappresentazione della vita quotidiana dei gay tedeschi comprende anche il lato sessuale - molto importante - ma anche tutti i fraintendimenti e gli equivoci che possono capitare quando gay ed etero arrivano a mischiare vite e sentimenti; non a caso quest'ultimo tipo di intreccio è quello presente in un film uscito anche in Italia tratto da un libro di Ralf König: "Tutti lo vogliono" (1994).
Al di fuori della tematica gay è da segnalare la serie a fumetti che reinterpreta la Bibbia (con molto umorismo ma anche con precisione critica) a partire dalla Genesi, da mesi ospitata a puntate sul mensile Linus.

Sul versante della produzione italiana  è presente da anni grazie a Kappa Edizioni una storia in più volumi dove si raccontano le peripezie sentimentali di Matteo ed Enrico, scritte da Massimiliano De Giovanni e disegnate da Andrea Accardi. Il fumetto è certamente di qualità ma è rivolto forse più a un pubblico under 30, anche se negli ultimi volumi i personaggi crescono e iniziano ad affrontare problemi nuovi.
Nel 2006 è stato pubblicato credo una delle prime antologie di fumetti a tematica gay (perlomeno a diffusione sufficientemente ampia) dal titolo  "Happy boys and girls" (Coniglio Editore), a cura di Valeriano Elfodiluce, autore lui stesso di alcuni fumetti a tematica gay come ad esempio "Raimbows", leggibile in rete.

Anche nei manga è possibile trovare molte storie a tematica gay: cito solo i lavori della mangaka Ebine Yamaji - "Love my life" e "Indigo blue" - tradotti in italiano dalla benemerita Kappa Edizioni.

Altri fumetti a tematica gay si possono trovare elencati nel sito di Culturagay, cliccando qui.

domenica 5 dicembre 2010

Io e Morrissey

Gli "Smiths" (meglio, "The Smiths") furono un gruppo musicale che abbe vita breve (circa 1983-1987) ma che ebbe grande importanza nella musica pop-rock indipendente di quel periodo - tuttora alcuni loro dischi vengono considerati tra i più importanti in assoluto. Il cantante degli Smiths era Morrissey, che poi continuò una soddisfacente carriera solista (che dura tuttora).
A metà anni ottanta dunque fui rapita totalmente dagli Smiths, ma soprattutto dal personaggio Morrissey - decadente, malinconico al limite del depresso, appassionato di letteratura (Oscar Wilde e Byron su tutti), controverso, reticente sulla propria sessualità. All'epoca compravo diverse riviste di musica, e immagino sia lì che trovai informazioni approfondite  sul significato che si attribuiva ai suoi testi, e anche sul seguito che aveva Morrissey tra i giovani omosessuali - si diceva che il brano "Hand in Glove" fosse diventato quasi una bandiera del nascente movimento gay.
Morrissey però non hai mai esplicitato la sua omosessualità - anche se si vedeva lontano un miglio: poteva anche lasciare tutti i testi delle canzoni privi di riferimenti al genere (bontà dell'inglese!) ma non poteva ingannare i possessori di "gaydar", o anche chi semplicemente avesse uno sguardo un minimo attento.
Nei suoi testi spesso si fa riferimento alla non accettazione di sè, della propria reale natura, al disprezzo della società, ad amori impossibili, ecc. Non sono mancate voci sui suoi presunti fidanzati (mai sulle presunte "fidanzate"), e tanto per capirci basta andare a vedere il video di "November spawned a monster", in cui un pur esagerato ed autoironico Morrissey si lascia andare senza reticenze.


Il video qui postato ("Suedehead") non presenta la canzone da me preferita del suo percorso solista, tuttavia è carino perchè nelle prime immagini ci sono molte citazioni del suo passato smithiano, e perchè esemplifica molto il suo amore per la letteratura, le citazioni, e per James Dean, uno dei suoi numi tutelari (molto gayo, non a caso...).
Durante il mio periodo morrisseyano avevo il testo di "Hand in Glove" appeso in camera ("D'amore e d'accordo/ La Gente Perbene ride di noi/ Sì, saremo anche vestiti di stracci/ Ma noi abbiamo qualcosa che loro non avranno mai") , cercavo disperatamente le traduzioni delle sue canzoni (oggi c'è internet, e un sito come questo, ad esempio), le cantavo senza sosta, immedesimandomi molto nella sensazione di solitudine e frustrazione dell'adolescente gay-tipo che faceva spesso capolino dalle canzoni sia degli Smiths che di Morrissey versione solista.
Morrissey però non era solo autocommiserazione e malinconia: molto spesso nelle sue canzoni c'è autoironia e quel sottile sarcasmo dalle venature british che talvolta sfociano nella critica sociale e politica ("The Queen is Dead", "Margaret On The Guillotine", "Vicar in a tutu", ecc.). 
Quando avevo 20 anni però adoravo commiserarmi molto più di Morrissey, temo (senza avere avuto neanche la parvenza delle sue disavventure amorose e dei suoi rifiuti), i versi che amavo assomigliavano tutti più o meno al testo di  "Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me": ("La scorsa notte ho sognato/ Che qualcuno mi amava/ Nessuna speranza - nessun male/Solo un altro falso allarme/ La scorsa notte ho sentito/ Braccia vere intorno a me/ Nessuna speranza - nessun male/ Solo un altro falso allarme/ Allora dimmi quanto ancora/ Prima di quello definitivo?/ E dimmi quanto ancora/ Prima di quello giusto?/ E' una storia vecchia - lo so/ Ma va avanti/ E' una storia vecchia - lo so/ Ma va avanti/ Va avanti..").
Ho seguito la carriera solista di Morrissey per i primi anni, poi al terzo album (così così, al contrario dei primi due, molto belli) abbandonai Morrissey assieme alla mia prolungata adolescenza - la mia vita in quel periodo cambiò abbastanza e non ebbi più tempo per certe cose. Perso il contatto con Morrissey e la sua musica è solo recentemente che ho recuperato i lavori in cd sia degli Smiths che dei primi album di Morrissey; ancora più recentemente ho ascoltato il suo ultimo lavoro ("Years of Refusal") e mi è sembrato di risentire gli echi del vecchio Morrissey - e lui è tornato a un certo successo, il che mi fa piacere, anche se continua a rimanere controverso come personaggio e reticente.

Tutti i testi citati sono traduzioni prese dal sito "Wor(l)d of Morrissey", ottimo punto di partenza per conoscere il lavoro di Morrissey (molte delle canzoni propongono delle note che spiegano i riferimenti, le citazioni - da libri, film, o altro - le polemiche, il contesto).
Per chi volesse ascoltare qualcosa degli Smiths e di Morrissey proporrei per iniziare con "Hatful of Hollow" e "The Queen is Dead" per i primi, "Viva Hate" e "Bona Drag" per il secondo. Su Youtube si trovano molte loro canzoni, naturalmente.

venerdì 12 novembre 2010

Sarah Waters e il romanzo lesbico neovittoriano

Ho già citato la scrittrice Sarah Waters in questo post, accennando anche al fatto che avevo assistito un paio d'anni fa alla proiezione di un film tratto dal suo secondo romanzo ("Affinity").
La storia editoriale della Waters in Italia inizia nel 2003 con la pubblicazione da parte di Ponte alle Grazie  proprio di "Affinità", che poi continuerà a pubblicare in ordine anche i tre romanzi seguenti, e per ultimo finalmente il suo romanzo di debutto, "Tipping the velvet" (del 1998, ma tradotto in Italia nel 2009 col brutto titolo "Carezze di velluto").
La Waters ambienta i primi suoi tre romanzi in un ottocento dickensiano molto ben documentato e narrato con vero talento letterario; a differenza dei romanzi di Dickens però i personaggi principali sono donne, e lesbiche (alcune consapevoli, altre lo diventeranno nel corso delle storie).
"Carezze di velluto" è la storia di una ragazza di provincia che viene coinvolta nel mondo dello spettacolo di varietà grazie all'amore verso un'attrice; l'avventura prosegue a Londra, e qui la parte centrale è occupata da una raffigurazione forse meno fantasiosa di quel che sembra (la Waters è specialista in ricerche storiche anche di genere) di un parallelo piccolo mondo lesbico aristocratico - una parte che non mi è piaciuta granchè. Tuttavia questo romanzo l'ho letto di recente, avendo io invece ben in mente la grande impressione che mi fece ai tempi la lettura dei miei primi suoi due romanzi: "Affinità" e "Ladra" (che mi sembrano di gran lunga migliori).
In "Affinità" la trama avvince per i suoi apparenti risvolti paranormali - che è occasione per la Waters di descrivere  il sottobosco della moda spiritista del tempo - e per la storia d'amore che cresce in tensione pagina dopo pagina. Il film che ho visto al festival del cinema gay milanese  rispetta molto il libro ( e in un cameo compare la stessa scrittrice), e grazie alla solita cura inglese di costumi, scenografie e recitazione non sfigura affatto comparato al libro (sebbene io lo preferisca in ogni caso).
Da notare che il film è stato prodotto dalla BBC, come anche lo sceneggiato che è stato tratto da "Tipping the velvet" e anche da "Fingersmith" ("Ladra") - entrambi con successo: da noi sarebbe pura fantascienza un'ipotesi similare pensando alla Rai...
"Ladra" ("Fingersmith") presenta una trama ben congegnata, appassionante, con personaggi e descrizioni molto vittoriane (il manicomio, il quartiere popolare, ecc.); intenso ed emozionante, è il mio libro preferito della Waters.
Nel 2005 in occasione del Gay Pride a Milano Sarah Waters fu invitata al "Village" (luogo di incontri e spettacoli situato all'Idroscalo); io vi andai e devo dire che fu un bell'incontro, impreziosito dalla lettura da parte della scrittrice di alcune pagine di un suo libro (forse "Tipping the velvet", ma non ci giurerei). In quell'occasione la scrittrice ci parlò del nuovo romanzo che stava scrivendo, "The night watch" ("Turno di notte"). In questo romanzo la Waters si è avventurata nel XX° secolo, precisamente durante la seconda guerra mondiale. Non c'è più la suspence e le atmosfere a volte cupe della prima trilogia vittoriana, né la storia è incentrata su un solo personaggio: qui il romanzo diventa corale, si seguono le vicende di più persone, e coppie, in una Londra ferita dai bombardamenti nazisti. Non manca certo la storia d'amore lesbica, ma non è forse il fulcro della narrazione - non la sola, almeno.
Allontanandosi dall'originalità delle ambientazioni ottocentesche la Waters si allontana anche stilisticamente dall'espressività e dal calore "dickensiano", perdendo in vivacità e interesse. La prova è sempre buona, la lettura godibile, ma a mio parere un po' monocorde.
L'ultimo romanzo della Waters esce meno di un anno fa  - "L'ospite" - e segna una ulteriore svolta: dagli anni quaranta si passa ai cinquanta, e il protagonista (che narra in prima persona la vicenda) è un uomo.
Credo niente storie lesbiche: soprattutto una scrittura un po' noiosa, estenuante nella sua lunghezza e nello svolgersi della trama.
A parte quest'ultimo romanzo mi sento di consigliare sicuramente quelli precedenti, tutti recuperabili adesso in versione economica; e tra questi sicuramente "Affinità" e Ladra", che è il più riuscito.

sabato 6 novembre 2010

"Bookout", la prima fiera del libro LGBT

Copio parte della presentazione di questa manifestazione dal sito "Bookout.it":


"Dal 12 al 14 novembre 2010 si terrà a Pisa, Bookout, la prima fiera del libro a tema LGBT (lesbico, gay, bisessuale e trans) promossa da Arcigay Pisa con il contributo di CESVOT, il Centro servizi volontariato della Toscana.
Bookout coinvolgerà appassionati di libri, esperti di settore e cittadini e cittadine desiderose di approfondire tematiche relative a omosessualità, lesbismo, transessualità in un evento unico sul panorama nazionale e internazionale per l’ampiezza e l’articolazione dello spazio di dibattito con oltre trenta autori presenti, decine di editori, espositori ed esperti di settore.
E’ la prima volta in Italia che libri, saggi o fumetti che affrontano temi legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere conquistano la dignità di un percorso fieristico.
Bookout sarà l’occasione, con una carrellata di presentazioni, reading, conferenze, incontri, e mostre con ospiti d'eccezione come, tra i numerosi, Ivan Cotroneo, Matteo B. Bianchi, Delia Vaccarello, Tommaso Cerno, Ivan Scalfarotto, Franco Grillini e Francesco Gnerre, per un confronto diretto tra lettori e quegli autori che, con le loro opere, hanno allargato lo sguardo ad all’esistenza delle persone lesbiche, gay e trans gender.
Bookout consentirà l’approfondimento di tematiche al centro dell’agenda politica internazionale come i diritti di omosessuali lesbiche e transessuali e la lotta a discriminazione e omofobia, ma metterà in discussione anche le nuove prospettive nel panorama letterario italiano ed internazionale, a partire dall’esperienza di scrittori celebri e autori esordienti.
Bookout, che sarà ospitata nella Stazione Leopolda di Pisa, un prestigioso edificio storico, avrà anche uno spazio di esposizione-vendita di opere a tematica lgbt per gli editori. Saranno presenti tra gli altri: Il Saggiatore, Feltrinelli, Mimesis, Cicero, Il Dito e la Luna e Fabio Croce e tanti altri [...]".

Non potrò esserci, ma mi sembra che valga la pena dare un'occhiata  - finalmente qualcosa si smuove a livello culturale (sperando che non ci siano le solite disfunzioni organizzative proprie di ogni manifestazione che venga organizzata in Italia...).

lunedì 11 ottobre 2010

Il "coming out"

Lo spunto per parlare di "coming out" lo prendo da quello recente di Tiziano Ferro, di cui si è molto discusso almeno sul web (non guardo la televisione e non so se questo piccolo evento abbia innescato qualche riflessione minimamente matura sull'omosessualità, ma specialmente sul significato della visibilità dei gay e delle lesbiche, sia famosi sia non).
Direi che una panoramica dei commenti della comunità gay la si può trovare nei diversi articoli apparsi recentemente in "Queerblog.it", qui e qui (e un altro bel post qui). Anche tra i commentatori di questo sito c'è chi insinua che Tiziano Ferro abbia voluto approfittare della pubblicità di questo gesto per lanciare la sua autobiografia - d'altronde se la biografia è stata scritta anche con quest'intento (rispettabile) non si capisce perchè non debba parlarne nelle interviste. Se invece si insinua che il coming out sia dovuto alla necessità di "rilanciare una carriera" mi sembra Ferro avrebbe potuto trovare modi meno rischiosi per farlo - posto che un trentenne di successo abbia già bisogno di "rilanciarsi".
Ci si dimentica poi che in Italia sono rarissimi (inesistenti?) i casi di artisti famosi (e non anziani - per fare un esempio: Leo Gullotta) che hanno ammesso la loro omosessualità nel pieno della loro carriera artistica. Nel caso di Tiziano Ferro sappiamo anche che lo zoccolo duro dei suoi fans è costituito da ragazze e donne affascinate non solo dalla sua arte: questo passo per lui potrebbe avere sia risvolti negativi che positivi - viviamo in un paese dove l'ipocrisia regna sovrana, dove gli omosessuali non hanno uno straccio di riconoscibilità sociale e legale, dove a passeggiare mano nella mano con il proprio fidanzato/a si rischia di brutto.
All'estero ci sono molti artisti (attori e attrici, cantanti, ecc.) che hanno fatto il loro coming out, non sempre al culmine della loro carriera (Elton John ad esempio), e sempre con l'ombra del pettegolezzo "sminuente": "pubblicità!", "rilancio!" ( è quello che si disse quando Ellen DeGeneres fece coming out dopo una stagione in calo di ascolti della sua sit-com "Ellen").
Forse non ci si rende conto che un coming out è "per sempre": non si torna indietro; ad alcuni anzi ha nociuto (come si dice lo sia stato per Rupert Everett, relegato in ruoli non eccelsi in film ancora meno eccelsi), ma sopratutto non ci si rende conto quanto costi in termini personali e quotidiani aver rivelato qualcosa che non tutti accettano di buon grado (parenti e amici inclusi - c'e sempre qualcuno che non lo sa, tra la cerchia dei conoscenti).

Il coming out (da non confondere mai con l'"outing", che è la rivelazione forzata della omosessualità altrui) ha e continuerà ad avere una valenza politica (anche se fatta da perfetti sconosciuti, anzi, forse a maggior ragione) finchè nella nostra società il sentire comune non diverrà quello di un perfetto menefreghismo in merito alle tendenze sessuali delle persone; e non dimentichiamo che ci sono decine di stati nel mondo che condannano penalmente l'omosessualità, alcuni addirittura con la pena di morte.
Testimoniare se stessi per adesso vuol dire fare un'affermazione per i diritti di gay e lesbiche - adesso, e ancora per molto, temo.
"Sei gay?: Chi se ne frega!" - si augurano diverse celebrità in uno spot a supporto della campagna "Give a damn" contro le discriminazioni verso gli omosessuali. Non so quanto possano funzionare queste campagne, ma ben venga continuare a parlare di questi temi, a tutti i livelli.

venerdì 1 ottobre 2010

Film a tematica GLBT: un sito interessante

"Queerframe.tv" è un nuovo sito che vuole offrire la visione di film a tema GLBT con una formula abbastanza originale, per l'Italia: si può scegliere se vedere i film in streaming oppure se scaricarli sul proprio computer.
I prezzi sono molto buoni, variabili da 0,99€ (per lo streaming ad esempio) a 5,99€ (per il download), con anche qualche offerta di visione in streaming gratis (come per "Mala Noche" di Gus Van Sant) dopo essersi registrati sul sito.
I film sono in originale sottotitolati, io ho provato a vedere "Mala Noche" in streaming e la qualità video è buona; l'unico mio dubbio è quando la linea ha degli intoppi (la mia o quella del server, non so): si deve sempre ricominciare la visione daccapo? Quante volte si può farlo in caso di "noleggio" in streaming?
Il pagamento mi sembra di aver capito avviene solo tramite Pay Pal, oppure tramite bonifico a partire però da un monte base di 50 e 100€.
Si possono acquistare i film anche su supporto DVD e farseli inviare.
Il catalogo per adesso è limitato ma immagino col tempo verrà incrementato; i titoli nell'elenco dei film mi sembrano interessanti.

domenica 19 settembre 2010

"Quelle due"

"Quelle due" è il titolo italiano del film "The children's hour" di William Wyler, del 1961 (e la data è molto importante), con protagoniste Audrey Hepburn e Shirley MacLaine.
Il regista aveva già girato una prima versione di questa storia (tratta da un testo teatrale di Lillian Hellman) nel 1936, ma il tema del'omosessualità all'epoca non poteva essere affrontato apertamente, e i produttori intervennero pesantemente sulla trama e sul finale.
Nel 1961 non è che la società fosse pronta ad accettare un orientamento sessuale diverso da quello maggioritario, ma quantomeno si poteva iniziare a parlare del fatto che sì, le lesbiche e gli omosessuali esistevano, e non erano mostri.
Chi critica questo film guardandolo con gli occhi di oggi non fa un buon servizio alla parte più progredita della società di allora;  e ci si dimentica che il film è stato prodotto dalla classica industria hollywoodiana, non certo dal cinema indipendente.
La prima volta che vidi il film in televisione, molti anni fa, rimasi spiazzata: il film inizia come una classica storia di "bambine di collegio", tra cui emerge la "cattivella" di turno che si inventa un terribile gossip sulle sue due maestre: le due si sarebbero scambiate un bacio!
La maldicenza provoca una veloce messa al bando sociale delle due maestre, e la crisi del fidanzamento di Karen (Audrey Hepburn); qui il film sembra ancora una critica al perbenismo moralista, alla prigione costituita da rigide norme sociali che stritolano qualsiasi cenno (anche se falso, come si rivelerà presto) di "devianza" dalla "normalità borghese".
Tuttavia, anche se mai apertamente nominata, l'omosessualità femminile si mostra apertamente, come possibilità; a chi, come Martha, è lesbica repressa da sempre questo rappresenta l'apertura del Vaso di Pandora  della sua consapevolezza: lei ama da sempre Karen, adesso se ne rende conto...(e noi possiamo ricordarci  di una sua frase all'inizio del film, il suo ricordo di quando ha incontrato per la prima volta Karen, tanti anni prima, di come avesse pensato "Com'è carina...").
La scena straziante in cui Martha confessa il suo amore a Karen la si può vedere qui in italiano, e qui in inglese (molto meglio); mi sembra di poter dire che la traduzione sia abbastanza fedele. Qui in un blog (che riassume tra l'altro benissimo la trama) verso la fine del post c'è la trascrizione del discorso di Martha - un discorso che è credibile se immaginato in quei tempi così lontani,  in cui l'omosessualità era considerata ancora malattia, aberrazione, colpa: dialogo quindi del tutto verosimile.
La cosa tremenda è che quelle parole esprimevano quasi alla lettera il modo in cui rappresentavo il mio desiderio durante i miei 16 anni, come fossi partita direttamente dai repressivi anni cinquanta; la morte che lì fu scelta (scelta?) da Martha era la morte che sentivo girarmi attorno - a distanza per fortuna. Quando un adolescente ingenuo, solo, sensibile si trova d'un colpo un qualcuno o qualcosa che fa le veci della "diceria" non è pronto a tradurre il valore dei propri sentimenti in maniera "moderna": si parte da zero, si parte dall'odio di sè come riflesso dell'odio della società "anni cinquanta", si parte dal livello zero del cammino verso l'accettazione, la consapevolezza, il rispetto di sè.
Nel film cosa sarebbe stato scelto come classico "lieto fine"? Il ravvedimento di Martha? Le scuse piene del fidanzato di Karen e il suo matrimonio? O la morte di Martha e la realizzazione comunque del matrimonio di Karen, a mitigare quel finale terribile?
Certo, come suggerito da Karen - che da vera amica (persino troppo) accetta senza criticarlo l'amore di Martha - le due potrebbero trasferirsi in un'altra città; magari una grande città dove poter trovare qualche  nascosto ambiente lesbico per Martha, e magari un fidanzato più aperto per Karen... Finale irrealistico, tuttavia. Ai tempi (e ancora adesso!) di omofobia interiorizzata o esteriorizzata si muore.
Wyler conduce alle estreme conseguenze l'omofobia della società del tempo; e purtuttavia evita il finale etero-consolatorio: nell'ultima scena del film Karen non torna dal fidanzato, anzi, cammina a testa alta passando tra gli sguardi indagatori dei bigotti, con l'aria di chi starà sempre dalla parte delle Marthe di turno.

Il film è introvabile in italiano in dvd. Io l'avevo registrato qualche anno fa in un passaggio notturno televisivo; da VHS l'ho poi riversato su dvd. Su Youtube come visto il film si trova tutto, in originale, tagliato in spezzoni da 10 minuti; con una breve ricerca è possibile trovarlo anche in italiano su qualche sito in streaming.
Ah, e a interpretare una delle ragazzine del collegio compare per la prima volta in un film Veronica Cartwright, una delle protagoniste del film "Alien" di cui ho parlato nel post precedente.

giovedì 19 agosto 2010

Sigourney Weaver in "Alien"

Il film di Ridley Scott apparve in un'epoca (fine 1979) in cui nella fantascienza gli alieni erano o strani o comunque non cattivi (vedi "Incontri ravvicinati del terzo tipo"), e il design delle astronavi e degli ambienti luccicava come in "2001 Odissea nello spazio" o nel telefilm di "Spazio 1999".
A dire il vero "Alien" è un fanta-horror e ha più cose in comune con "La Cosa da un altro mondo", per certi versi, che con la fantascienza spaziale;  eppure il suo stile cupo, "vissuto",  realistico ha fatto epoca proprio nel genere della fantascienza.
Per la me stessa del 1980 (che credo sia l'anno di uscita del film in Italia) "Alien" rappresenta l'incontro con un'attrice che mi ha fatto innamorare perdutamente ( e messo forse sulla via della comprensione della mia omosessualità). Sigorney Weaver all'epoca lavorava in teatro, aveva un'esperienza quasi nulla nel cinema. Non era giovanissima, nè bella secondo i canoni classici, ma aveva dalla sua certamente un'altezza che ne aumentava la presenza scenica. In "Alien" era attorniata da attori con fama ed esperienza: Tom Skerrit, Harry Dean Stanton, Ian Holm, ecc.
All'inizio del film fui presa dalla storia, dalle sue atmosfere cupe; della snella riccioluta mi accorsi veramente solo a partire dal minuto 34 : ricordo ancora con esattezza il momento in cui  mi si accese la lampadina del colpo di fulmine, il momento in cui pensai "ma che bella!".  Il suo "no, non posso farlo" (ad aprire il portello di entrata dell'astronave) la poneva da quel momento in poi come la protagonista assoluta del film: aveva avuto ben ragione a invocare la quarantena per lo sfortunato uomo dell'equipaggio assalito dalla "piovra" aliena...
Nel film la Weaver veste per tutto il tempo la pratica tuta che non lascia scoperto un centimetro di pelle: a me sembrava già così molto sexy - così come trovavo sexy il suo non essere affatto truccata, la sua determinazione, la sua intelligenza, la sua "piattezza" là dove gli uomini sognerebbero altro.
Verso la fine del film, quando la Weaver tenta di rilassarsi a bordo della navetta superstite, ecco che invece il regista ci regala uno spogliarello dell'attrice, causa emergenza aliena: l'inquadratura dal basso in alto altezza inguine della Weaver che deve mettersi la tuta spaziale la ricorderò credo fino alla morte. Fino ad allora non avevo avuto modo di avere incontri ravvicinati con la fisicità del corpo femminile - incontri consapevoli e in cui potessi ascoltare le reazioni del mio corpo: la visione del corpo della Weaver - in quel modo, in quel contesto -  fu una delle cose più eccitanti  della mia adolescenza.
Sigourney Weaver da allora in poi acquisì una certa fama che la vide recitare in molti film durante gli anni 80 - anni pessimi per il look delle donne che venivano gonfiate cotonate e truccate con vistosi orribili colori accesi. Infatti per la Weaver, che pur continuavo ad apprezzare grandemente, non ebbi più quel trasporto quasi fisico dei tempi di "Alien"; quando nel 1986 tornò  Ripley in "Aliens - Scontro finale" le avevano accorciato i bei capelli lunghi e nel complesso il suo fascino mi sembrava diminuito alquanto (a parte la diversità del film - ma tutti gli altri film della "serie" non hanno molto a che fare con il capostipite).
Un guizzo di sensualità l'ho provato durante la recitazione della Weaver in "Alien: la clonazione" dove il duetto con Winona Ryder è notevole, e dove lei regge benissimo l'età non più giovanile (a meno che abbia iniziato lì a farsi qualche ritocchino - cosa orribile per me a pensarsi ma basta confrontare la Weaver di "Avatar" e quella che si vede nelle interviste all'interno dei dvd di "Alien", ad esempio: per carità, se ritocchi ci sono stati sembrano ben diversi dalle spianate plastiche che rendono di solito gli attori delle maschere senza espressione - per fortuna).
Il modello della donna "forte", al limite anche dura e muscolosa sarà ripreso poi in altri film secondo me scadendo poi nello stereotipo opposto a quello della "femminile sdolcinata" - più o meno imperante fino ad allora. Ripley non usa i muscoli, ma la sua forza naturale e la sua intelligenza, mantenendo una sua personale e non stereotipata femminilità; la Weaver era una Ripley perfetta ("born to be Ripley", come dice Ridley Scott), tanto che questa simbiosi si perpetuerà ben ben altri 3 film (con vagheggiamenti per un quarto).

Le immagini sono prese dal dvd di "Alien" edizione speciale e sono Copyright©20th Century Fox

mercoledì 4 agosto 2010

Scene da un matrimonio

Quest'estate non  posso aggiornare come vorrei il blog, ma voglio lo stesso dare qualche spunto per i pochi lettori che passeranno di qui: sul sito del giornale statunitense "The Boston Globe" è stata pubblicata una galleria di immagini da diverse cerimonie di matrimonio nei paesi, sempre più numerosi, che hanno legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso (tra cui Argentina e Messico - proprio così...).
Le foto sono belle e alcune anche commoventi: le potete trovare qui.

domenica 25 luglio 2010

"Smalltown boy"

Ho di recente riascoltato dopo tanto tempo "Smalltown boy" dei Bronsky Beat, un successone degli anni '80 che ha riacceso ricordi e sensazioni lontane.
L'anno per la precisione era il 1984, ed era la prima volta che vedevo raccontato in un video - in maniera così esplicita e "normale"- l'innamoramento di un ragazzo per un altro ragazzo.
Per come sentivo le cose all'epoca vedere dei gay o vedere delle lesbiche  suscitava in me lo stesso interesse e lo stesso meccanismo di empatia: il giovane Sommerville che guarda con amore il ragazzo che si tuffa nella piscina avrei potuto essere io - l'aria timida e impacciata, la sfiga del non essere ricambiato (be', lui al contrario di me ci aveva anche gentilmente provato, con esiti disastrosi), la vergogna dell'essere respinto dalla famiglia (ancora: be', la mia famiglia era ignara di me ma ero sicura che mai sarei stata accettata).
Insomma, quelle immagini rimasero impresse dentro me in profondità, quelle note erano la colonna sonora della mia malinconia, del mio senso di estraneità verso un mondo che vedevo così poco accogliente per gli omosessuali e le lesbiche.

mercoledì 14 luglio 2010

Sabrina di "Charlie's Angels"

Continuo con le mie rimembranze televisive ani 70/80: all'epoca guardavo veramente di tutto, compreso il famigerato "Charlie's Angels". Di quel telefilm ricordo poco e niente, se non la mia fascinazione per Sabrina (Kate Jackson) - non a caso la meno "bona" e femminile del cast. Non ricordo bene perchè Sabrina mi avesse così colpito - in fondo era fin troppo magra e dalle forme "aguzze" per essere il mio tipo.
Non credo di essere la sola lesbica che avesse un debole per Sabrina (debole che non è sopravvissuto al tempo limitato in cui guardai il telefilm - che da una parte rimaneva entro la visione abbastanza maschilista delle bone a disposizione dell'invisibile Charlie, dall'altra proponeva anche tra le prime volte una figura - anzi tre - di donna d'azione).
Non so se è per questo che tempo fa è stata partorita una specie di rivisitazione di "Charlie's Angels" in salsa lesbica che io ho visto sotto forma di divertente cortometraggio a uno dei festival del cinema gay; da quest'ultimo è stato tratto poi un film (che non ho visto) uscito anche nelle sale, e trovabile in dvd: "D.E.B.S. - Spie in minigonna" è il titolo.
Kate Jackson la ritroviamo successivamente in un film che ha fatto la storia del cinema gay: in "Making love" recita la parte della moglie di un uomo che dopo 8 anni di matrimonio si scopre gay e che poi va a vivere con il suo uomo. Ricordo che vidi il film tantissimo tempo fa, in un'epoca in cui si potevano vedere in tv (e non di notte) film come "Due donne in gara" ("Personal best", con Mariel Hemingway); anche se il film "Making love" era molto casto l'argomento trattato di certo non era usuale per la tv italiana.

giovedì 8 luglio 2010

Violenza di genere

Quand'ero più giovane e ingenua pensavo che fosse evidente che gli uomini avessero un serio problema  a gestire l'aggressività, e che le donne, tranne poche eccezioni, ne fossero le vittime principali.
In alcuni paesi extraeuropei questa violenza è quasi ratificata da usi e costumi patriarcali che neanche le leggi (là dove ci sono) riescono a sradicare.
Che la violenza maschile sia un portato della genetica e/o della cultura è argomento ancora di studi, discussioni, ecc. Che sia possibile minimizzare o addirittura negare ciò ha dell'incredibile, eppure è quello che avviene anche nella "moderna e civile" Italia, dove peraltro le uccisioni di donne da parte di uomini frustrati e incarogniti prosegue a ritmi allarmanti.
Qui nel blog molto seguìto di Meltiparaben nei commenti si ha una varietà di opinioni maschili a proposito della violenza di genere: tranne qualche rara eccezione c'è o una sottovalutazione del fenomeno e delle sue cause, o addirittura uno spostare l'argomento sullo stalking femminile.
Nel sito letterario di aNobii una discussione parla della recente sentenza della Cassazione che assolve il marito violento; anche qui dai commenti delle donne si evince che la sottovalutazione della violenza maschile è un tratto comune anche a sinistra (ma non è una sorpresa).
Vivere in un contesto in cui questo enorme problema non viene neanche avvertito come specifico e urgente ("bastano le leggi, chi usa violenza, uomini o donne, deve essere perseguito") significa perpetuare la cultura in cui la violenza si esplica: una cultura ancora profondamente maschilista e misogina, che vede con fastidio le persone che osano mettere in rilievo che la violenza maschile nasce da qualcosa di più profondo che uno scatto di nervi.
Se gli uomini non riescono a cominciare a mettersi in discussione, a mettere in discussione i loro stereotipi e  il loro modo di rapportarsi con le donne la violenza sarà sempre il terminale per una minoranza di loro, ma una minoranza forte e soprattutto letale. Bisogna andare a monte, e non solo pensare a leggi più efficaci per il "dopo"; e bisogna che cambi anche la mentalità delle donne deboli che non riescono a vedere la propria vita se non in funzione a quella di un uomo, qualsiasi esso sia.
Devo dire la verità: sono molto pessimista che la mentalità degli uomini a proposito di questo problema cambi in poco tempo. Basta dare uno sguardo intorno per vedere che l'humus in cui queste violenze avvengono è se possibile peggiorato: la donna è ancora vista in funzione di qualcosa - un corpo, una funzione da svolgere (la casalinga, la madre dei "miei" figli, la cuoca), l'assistente e la curatrice degli uomini bisognosi. C'è una misoginia nei mezzi di comunicazione, nei media, nei discorsi al bar, che si taglia col coltello.

venerdì 2 luglio 2010

Pubblicità sessista "ironica"

Non sempre sono stata sensibile come avrei dovuto al sessismo e alla misoginia che traspare dappertutto in questa povera Italia; non che una volta non me ne accorgessi o non mi importasse: semplicemente accumulavo passivamente opinioni, frasi, immagini, sottintesi come tante donne fanno perlopiù passivamente, rassegnate o addirittura stando al gioco maschile dell'"ironia", per non passare da rompicoglioni o femministe assatanate (basta poco eh, una frase di dissenso, un piccolo rifiuto ad adeguarsi allo stereotipo, ecc.).
Poi, diciamo la verità, l'essere lesbica m'ha risparmiato molte situazioni di contiguità con l'essere maschile e di conseguenza molte rotture di scatole (non tutte, che le mie belle molestie le ho avute come tutte le donne, via, e non basta essere poco attraenti per esserne risparmiate del tutto); la mia attenzione poi era rivolta ai miei problemi di socialità lesbica - di come venivo considerata dal maschio poco m'importava.
Adesso che sono un po' fuori da tante problematiche e socializzazioni mi rendo conto di quanto fastidio sotto sotto avessi accumulato vivendo in una società ancora maschilista come questa. L'avvento dell'era berlusconiana  non ha fatto che accentuare certe dinamiche già presenti ancora prima (nulla viene fuori dal nulla). Inutile parlare del becero maschilismo del "nostro" premier e della classe politica a lui affine, del velinismo, dell'imperversare di tette e culi a ogni ora e ormai in ogni rete televisiva, non solo le Mediaset; alle pubblicità di ogni tipo (carta stampata, cartelloni, tv) in cui la donna è carne esposta un tanto al chilo, ecc.  - sono cose note a chi ha occhi per vedere.
Questa è la parte visibile di una cultura ancora profondamente sessista anche nei numeri ( basta essere un minimo informati per conoscere la distanza che ci separa da altri paesi in termini di parità uomo donna nei lavori - specie nei livelli più alti, dirigenziali - nelle retribuzioni, nelle ore di lavoro domestico, ecc.); quello che a me più spaventa è il sostrato di questa parte "becera" del sessismo - quel sostrato che riguarda destra e sinistra, persone colte e persone ignoranti.
Uno pensa che certi traguardi siano dati per assodati, che da lì al limite non si va tanto avanti, ma non certo indietro - invece non è così. Forse è una mia impressione credere che tanti degli uomini di sinistra una volta non avrebbero mai giudicato superficialmente certe immagini o pubblicità scopertamente maschiliste o comunque piene di stereotipi di genere?
Leggere prego questo articolo di "Leonardo", blogger la cui fama lo ha portato a tenere una rubrica fissa sul sito de "L'Unità": lo indico solo perchè mi è capitato sott'occhio recentemente, ma è uno dei tanti segnali che arrivano da ambienti di "sinistra" riguardo la questione dell'immagine della donna.
Ora, dire che:
     "...lo spot Fernovus Saratoga non esibisce il corpo delle donne. Non lo fa..." 
e: "...Lo so che c'è del sessismo nel messaggio “è una vernice così facile che può usarla anche una donna senza sporcarsi”, però mi sembra un sessismo innocuo: credo che anche il giorno in cui le donne avranno raggiunto l'assoluta parità continueremo a raccontarci barzellette su donne che non sanno parcheggiare e uomini che non riescono ad accendere la lavatrice. Peraltro l'uomo dello spot (una faccia da culo perfetta, complimenti al casting) ha un ruolo piuttosto passivo: sono le due donne ad avere in mano, oltre al pennello, il controllo della situazione."
Prima cosa: una pubblicità non è che automaticamente è meno volgare o - come in questo caso - meno sessista perchè non esibisce il corpo nudo della donna!
Seconda cosa: il sessismo "innocuo" può esistere forse nei paesi dove di maschilismo e sessismo non ne hanno a vagonate come qui (forse il nord Europa, diciamo); in Italia aggiungere stereotipo a stereotipo non mi depotenzia niente, fa sorridere solo i maschietti che magari non hanno avuto fino ad adesso il coraggio di uscir fuori allo scoperto con i loro vecchi stereotipi e barzellette cretine e muffose.
Terza cosa: come si fa a dire che che le donne hanno il controllo della situazione! E' tutto in funzione del maschio, del suo sguardo, della sua approvazione (come al solito): mettere le donne al centro di qualsiasi rappresentazione e dire che è lei che conduce e dirige (come in "casa", dove la donna "regna" - come no, a stirare lavare cucinare - bell'impero che si è "costruita") è un vecchio discorso dell'uomo che è abile a ribaltare i termini delle cose, i rapporti di potere.
Quarta cosa: le barzellette sulle donne che non sanno parcheggiare girano ancora adesso (vedere i filmati su Youtube ), e girano in quantità industriale da decenni. Di contro degli uomini che non sanno accendere la lavatrice se ne accenna a livelli risibili, e quasi come una boutade simpatica: nessuno ci crede come invece si crede verità rivelata che tutte le donne siano incapaci di guidare (en passant, di maschi che non sanno parcheggiare ne vedo quotidianamente, e tanti!).

"Suvvia, un po' d'ironia..." dice il maschio italico di sinistra. Manco gli sfiora l'idea, a queste persone, che l'ironia ha poco senso in un paese dove ancora le donne devono dimostrare di non essere mignotte solo perchè si vogliono vestire come gli pare, che non sono acide e supponenti solo perchè non la dànno, che valgono come persone anche se sono "cozze", che se si sentono offese perchè vengono usate come carne nuda da abbinare a cose e prodotti non è perchè sono bigotte e moraliste, che se cercano la parità con l'uomo non è per castrarli o prendersi "delle rivincite" (tipico di questi uomini rovesciare sugli altri il proprio modo di pensare).
Come si fa a vedere uno spot come quello che ho linkato della Saratoga come una "raffinata" citazione del porno anni settanta/ottanta non lo so; cioè, lo sarà pure per chi con quei porno è cresciuto - sdoganiamo anche il porno allora (che non ha nulla a che fare con il sessismo e la visione della donna come oggetto sessuale, no no) - messaggio dunque rivolto a una minoranza: o no?
Comunque, facciamo che accogliamo lo stesso la "raffinata citazione": mi spiace di non avere gli strumenti culturali per decodificarla - e immagino come me gran parte del pubblico femminile. Questa pubblicità è troppo avanti coi tempi - supponendo un futuro (improbabile) dove il maschilismo del XX° e XXI° secolo siano cosa passata, una pubblicità del genere forse avrebbe anche senso: oggi mi sa di "giochetto" tra maschietti che ripensano con nostalgia ai filmetti porno soft della loro adolescenza - ancora un luogo del loro immaginario dove la donna è strumento, come al solito.

sabato 26 giugno 2010

Le mie giornate al 24° Festival Mix - 3

La giornata di venerdì è stata caratterizzata dallo sciopero organizzato da diversi sindacati per protestare contro la finanziaria: sciopero quindi dei mezzi di trasporto e anche dei lavoratori dello Strehler, che però hanno lavorato lo stesso per non far fermare il festival: gli organizzatori grati di ciò hanno chiuso la biglietteria e fatto entrare il pubblico gratis.

Prima giornata di proiezione dei corti gay e lesbici il pomeriggio: come è andata? Come sempre in questi casi  i video davvero interessanti sono una minima parte - il resto si divide tra i "così così" e gli "scarsi". Tra i primi corti posso segnalare una storia ambientata a Sarajevo (Pink River): le due ragazze che ebbero una relazione anni prima hanno preso due strade diverse: una è andata via dalla città considerata asfittica, l'altra ha deciso di mettere su famiglia e avere una facciata di rispettabilità sociale. Sprazzi di una Sarajevo che si intuisce ancora molto chiusa rispetto ai temi dell'omosessualità.
A seguire diversi corti dove il sesso l'ha fatta da padrone: "Lezzieflick" è un filmato abbastanza sperimentale che è tutto giocato su immagini manipolate (inizialmente con un'estetica e una colorazione anni 50/60) che si trasformano e pulsano al ritmo di effetti sonori che variano tra l'astratto e il realistico (l'ansimare di donne che fanno sesso). Molto difficile da descrivere, l'ho trovato comunque interessante e molto creativo. Di tutt'altra pasta un video di cui non ricordo il titolo (e il programma on line del Festival non m'aiuta) che è una specie di porno sadomaso (poco sadomaso a dire la verità per i patiti - tra cui non ci sono io) in cui c'è la "vittima" inseguita in un posto fatiscente da una "poliziotta" del tutto simile a lei nell'aspetto (capelli corti biondi, stesso viso e stesso corpo). Fotografia "sporca" (stile mosso/da reportage) e riprese praticamente in diretta degli orgasmi delle due - con abbondanza di primi piani.
Non sono una fan del sesso (mai stata, ma adesso ancor meno!): penso di aver fatto il pieno di fighe scopate e orgasmi per un bel po' (e complimenti agli uomini pur presenti che non sono fuggiti).
Più divertente un altro video con implicazioni sessuali in cui si vedono alternate scene di "lotta" di donne nude/seminude su letti/ring: spesso le immagini sono rallentate e rendono particolari questi corpi di donne che si rotolano, volano, intrecciano, abbracciano rudemente (almeno all'inizio!).

Ho saltato i corti gay per stanchezza, non altro. Ho fatto un giro alla libreria "Utopia" in fondo a Corso Garibaldi che ha sempre esposti dei libri davvero interessanti che non si vedono nelle altre librerie. Mi sono rifocillata e sono rientrata allo Strehler per vedere "Droll".
Ricordate la Laura Herring (la mora) di "Mullholland Drive"? Qui recita la parte di una moglie succube del marito rozzo violento e razzista, e madre di una figlia adolescente sprezzante (e dal pompino facile) e di un figlio di 13 anni represso e segretamente gay. Tutto il tono del film è volutamente sopra le righe, a tratti surreale, ma dotato di una vitalità e una comicità che mi hanno ripagato della fatica che ho fatto per tornare a casa (metro chiusa la sera, tram a singhiozzo)!
Temo che questo film non uscirà mai in Italia - peccato, e consiglio i conoscitori dell'inglese (e del relativo linguaggio scurrile che nel film abbonda) di procurarsene se possono.
La Herring tra l'altro mostra doti comiche non da poco, e a me (non è il mio tipo tra l'altro) sembra davvero molto più bella al naturale senza trucco - recita così per la maggior parte del film: grande!

Le mie giornate al 24° Festival Mix - 2

La stanchezza (di già!) ha iniziato a fare capolino l'altro ieri, seconda giornata (per me) a questo festival: dopo il film delle 19 mi è venuto un bel mal di testa, e alle 23 e 30 ero così cotta che ho lasciato il cinema nel mezzo dell'ultimo film.

"Hannah Free" è il mio film della giornata: racconta la storia della ormai anziana Hannah, immobilizzata a letto in un ospizio, che  desidererebbe solo poter rivedere per l'ultima volta la sua compagna di una vita - Rachel - che è in fin di vita nello stesso edificio, un'ala più in là. La figlia di Rachel non ha mai approvato la loro relazione e non permette ad Hannah di incontrarla ("si turberebbe" - ma se è in coma!).
Hannah e Rachel sono cresciute insieme in uno di quei posti belli ma sperduti dell'America dove c'è poco e niente: Rachel sceglie la strada della "normalità" sociale e si sposa (facendo 2 figli), mentre Hannah ha il pallino dei viaggi, sentendosi soffocare in quel piccolo limitato angolo di mondo. Molto presto però Rachel rimane vedova e la relazione tra lei e Hannah riprende (mai del tutto interrotta fin dall'infanzia); per tutta la vita però persiste la tensione tra un modello di vita casalingo e "nascosto" propugnato da Rachel, e quello libero e a viso aperto di Hannah, che continuerà periodicamente a compiere i suoi viaggi nel mondo.
Tutto questo è narrato in parte dalla vecchia Hannah, in parte attraverso dei flasback. Tutto il film si regge sulla interpretazione notevole di Sharon Gless che non è altri che la Christine Cagney del telefilm "New York New York" (chi si è beccato gli anni 80 non può dimenticarsi uno dei primi telefilm polizieschi ad alto tasso femminile: la partner della Gless era Tyne Daly, vista più recentemente nel telefilm "Il giudice Amy", bravissima anche lei).
 La recitazione ironica e dolente della Gless rende questo film godibile nonostante la scelta di alcune attrici non del tutto azzeccate (come la Rachel degli anni 50, o la Hannah giovane che però fisicamente è molto somigliante); l'attrice che invece interpreta la giovane bisnipote di Rachel (lei stessa lesbica, e che aiuterà Hannah a incontrare Rachel morente) è molto brava e pure carina (spero di vederla presto in altri film, merita davvero).

Alle 20 e 40 importante appuntamento con "Howl"(Urlo), che racconta la storia del poema più famoso di Allen Ginsberg attraverso tre piani narrativi diversi e paralleli: il famoso processo per oscenità all'editore del poema (Ferlinghetti), un'intervista a Ginsberg realizzata un paio d'anni dopo il processo (che si svolse nel 1955), la declamazione dei versi di "Howl" da parte dello stesso poeta in un locale, in parte accompagnati dalla visione di immagini animate in CG molto simboliche, cupe, oniriche - ma che riescono in qualche modo a seguire l'espressività dei versi.
Confesso che pur amando i libri e la letteratura di poesia ne mastico poca - e il periodo della beat generation  non mi affascina granchè. In questo film poi l'interpretazione di James Franco (il figlio di Osborn/Goblin  nei film de "L'uomo Ragno", visto anche in "Milk" e altri film) è da una parte molto intensa, dall'altra un po' enfatica, letteraria - ma ho l'impressione che fosse così originariamente Ginsberg.
Il film è ben fatto, davvero niente da dire (cameo di diversi attori abbastanza famosi nelle scene del processo - Jeff Daniels, Mary Louise Parker, ecc.); sono almeno contenta di aver approfondito la figura di questo "anticonformista" la cui vita di omosessuale fu pesantemente condizionata da retaggi religiosi sia ebraici che cristiani, e anche dalla malattia psichiatrica della madre (egli stesso passò qualche mese in un ospedale psichaitrico). La libertà espressiva, sessuale e intellettuale che cercava la generazione dei giovani nel dopoguerra fu trovata a caro prezzo - se mai lo fu.  Qui un articolo di Queerblog.

Terzo e ultimo film: "Eyes Wide Open", un film davvero particolare tutto ambientato nella comunità ortodossa ebraica di Gerusalemme. La storia è molto semplice: Aaron ha una macelleria, ereditata dal padre appena morto; in cerca di un aiutante ecco arrivare l'affascinante Ezri, studente di una scuola religiosa da poco arrivato in città (e vediamo anche che  aveva una relazione con un altro studente, che adesso lo respinge). Aaron come tutti gli ebrei ortodossi ha una moglie e diversi figli - una vita nel solco della tradizione; Ezri sconvolge questo quieto vivere asfittico e repressivo, tra preghiere e abitudini meccaniche. Si può intuire come possa andare a finire una relazione tra uomini in questo contesto (che io non ho visto perchè a metà film il mal di testa e la stanchezza l'hanno avuta vinta). Qui un post di Cadravexquis che ne fa una recensione.
Il film ha un suo naturale ritmo lento, fatto di pochi dialoghi, una fotografia un po' cupa, ambientazioni "sporche" e asfittiche - una Gerusalemme che forse non è possibile vedere da turisti. Decisamente per chi ha già poca simpatia per le versioni fondamentaliste delle varie declinazioni religiose avrà confermata con questo film tutta la propria avversione.

giovedì 24 giugno 2010

Le mie giornate al 24° Festival Mix

Quest'anno ho potuto prendermi un periodo di riposo coincidente con l'annuale Festival del cinema gay e lesbico di Milano. Da non molto la dicitura esatta della manifestazione è: (24°) Festival Mix di cinema gaylesbico & queer culture, e si svolge ormai da qualche anno al Teatro Strehler - davvero un'ottima locazione dopo averne provate di scomode in passato.
Non sono andata alla giornata inaugurale, il 22 giugno, ma ieri ho visto tutti e tre i film in programma.  Alle 19 hanno proiettato "Redwoods" (Sequoie) un film ultraromantico che un sito (qui la recensione del film) definisce il "I ponti di Madison County" versione gay. La trama è molto semplice: in un paesino immerso nella sfolgorante natura del Nord California abita Everett con il suo compagno e un figlio forse autistico (adottato?); questi ultimi partiranno per un viaggio lasciando solo Everett per una settimana (si intuisce che il rapporto della coppia è un po' arido e insoddisfacente). Nell'amena cittadina arriva l'aspirante scrittore Chase, ed è subito evidente attrazione con Everett, che gli farà da guida e compagnia (scene idilliache in mezzo alle sequoie giganti, a pesca nel fiume, scene che si vorrebbero divertenti con i genitori di Everett, ecc.).
Everett ha ormai una famiglia, che non vuole distruggere, però alla fine cede alle lusinghe della carne; è chiaro però che le strade di Chase ed Everett si devono dividere al termine della settimana di vacanza/lavoro di Chase (e il ritorno del compagno e del figlio di Everett).
La sala era abbastanza piena, forse non abbastanza sdolcinatamente romantica per reggere fino alla fine. La scena che ha fatto piombare nell'ilarità il pubblico è giunta verso la fine, quando Chase va a dare un'ultima occhiata ai bei paesaggi fondali del suo amore impossibile; non si sa come Everett riesce a raggiungere quel posto prima che Chase torni alla sua vita, Chase (che è di spalle) si volta lentamente con sguardo languido verso Everett (che è lontano diversi metri): scoppio di risa di massa liberatorio.
Vi risparmio le scene finali (i due amanti si erano dati appuntamento lì dopo 5 anni esatti - non si sa perchè - e, sorpresa, arriverà invece una donna, cugina di Chase, a portar brutte notizie: nessuno si è commosso però).

Il film bello della serata è stato quello delle 20 e 40, "The Big Gay Musical". Anche se le idee non sono originalissime lo svolgimento è a pieni voti - film davvero divertente, pieno di battute (alcune scene sono davvero esilaranti) e recitato molto bene: mi auguro una prossima uscita nella pur  non vasta produzione di dvd a tema.
Come si evince dal titolo il film narra parallelamente lo svolgimento di un musical che reinterpreta la storia biblica secondo un'ottica gay (ipotizzando una seconda creazione dopo Adamo ed Eva un po' più "divertente" per Dio: Adam e Steve),  e la storia privata dei protagonisti, in un intreccio alternato di pezzi musicali (al solito molto divertenti e ben fatti - i balletti degli angeli sono davvero un portento) e vicende d'amore dei due interpreti principali: Paul è alla ricerca di un legame vero, una storia d'amore che non sia solo sesso, Eddie invece cerca di conciliare la fede con la sua omosessualità, fino ad allora vissuta solo virtualmente (che è poi il tema del musical, che a un certo punto si trasferisce ai giorni nostri e mostra tra le altre cose degli esilaranti siparietti con due teleevangelisti con la missione di guarire gli omosessuali - grandissimi i due attori!).
Certo, il film ha i contorni un po' da favola di tutti i musical a lieto fine, tuttavia i temi che tratta mi sembrano importanti - e certe battute corrosive contro certa religione altrettanto. La sala dello Strehler era pienissima e ha accolto con entusiasmo "The Big Gay Musical" - ci voleva dopo le delusione di "Redwoods".
Invio al sito del film dove si può vedere anche un trailer - non molto indicativo tra l'altro.

Non male anche il film lesbico che ha chiuso la serata: "The Secret Diaries of Miss Anne Lister" è un altro di quei film molto curati di ambientazione storica che la BBC non teme di produrre e distribuire come fosse cosa normale (con scene abbastanza esplicite di baci e sesso che qui susciterebbero scandalo a oltranza). La storia si rifà a una vicenda vera: Anne Lister visse nello Yorkshire nella prima metà dell'Ottocento, erede di terre che poi sfruttò aprendo delle miniere di carbone ed entrando in competizione con i signori del luogo che spadroneggiavano fino ad allora. Donna forte e determinata visse il proprio lesbismo senza cedere a compromessi (compromessi a cui giunse la sua compagna amatissima, che la lasciò per fare un matrimonio di convenienza), e nei diari citati racconta la sua vita piena di donne e relazioni usando un codice che è stato svelato più di 150 anni dopo (se ne parla qui in diversi link nel sito che la BBC dedica a questo film).
Le attrici e gli attori sono di livello, come al solito; si segnala la presenza dell'attrice Anna Madeley (che interpreta l'amata Marianna) già vista in "Affinity" l'anno scorso al festival (tratto da un libro di Sarah Waters). Scenografie curate, ottimi i dialoghi, interessante un certo realismo forse più contemporaneo che storico - il tutto mediato dal tipico humor britannico che in certe scene assume una verve scopertamente comica.

sabato 19 giugno 2010

"Piccole donne"

Quando lessi questo libro ( età tra i 10 e 12 anni) l'identificazione con Jo fu istantanea (e non credo di essere stata l'unica lesbica, tutt'altro).  La difficoltà di crescere al di fuori degli stereotipi di genere accomunava ragazze dell'8oo e ragazze del XX° secolo: abbastanza incredibile a pensarci...
Per dirla attraverso una frase un po' stereotipata Jo era "un maschiaccio", Jo sognava di fare un mestiere (la scrittrice) a quei tempi non molto consigliati per una donna (quello come numerosissimi altri), Jo non ricambiava l'amore di quel simpatico e bel ragazzo di Laurie...insomma, ce n'era per rendermi Jo un personaggio indimenticabile, ma al sottotesto lesbico avrei pensato vagamente solo molti e molti anni dopo.
Ma si può arruolare  Louisa May Alcott tra le lesbiche non dichiarate? Certo, fu protofemminista, certo, non si sposò mai, certo, intervistata dalla scrittrice Chandler Moulton disse pressappoco: "...Io sono per oltre la metà persuasa di avere l'anima di un uomo, messo da qualche scherzo della natura nel corpo di una donna ... Perché mi sono innamorata nella mia vita di tante belle ragazze  e mai una volta di qualche uomo" (orrida traduzione, rimando all'originale, soprattutto al piccolo commento introduttivo che definisce questa affermazione di un "candore pre-freudiano").
Arruolare tutte le zitelle volitive che vissero nell'800 come lesbiche (represse o no) sarebbe uno sbaglio; certo è che  resistere alle pressioni sociali e interessarsi alla condizione femminile in maniera attiva è quasi un prerequisito per attirare su di sè dei forti sospetti (dalle lesbiche col gay-radar, of course...).
Molte  lesbiche di epoche passate non ebbero neanche modo di vivere praticamente in qualche modo la loro omosessualità, che spesso rimaneva latente o mascherata. Della Alcott si sa poco, a quanto ho capito. Nel libro "Picoole donne" Jo alla fine si sposa con il suo professore, assai più grande (che delusione quando lessi questa svolta della trama!); una specie di padre-collega più che un amante, un ottimo surrogato per un quieto vivere che le permettesse di portare avanti la sua carriera senza intoppi (mi pare, cosa che la Alcott però non fece).
Ci sono diverse edizioni cinematografiche tratte dal famoso libro, quella che ho visto più spesso è  del 1949, con Liz Taylor e Janet Leigh, non male, come non male è quella più moderna del 1994 con Winona Ryder e Susan Sarandon.

domenica 13 giugno 2010

Christopher Street Day Milano 2010


Quest'anno sono riuscita a venire a Milano per il Pride annuale (Napoli - dove si svolge il nazionale - è decisamente lontana!) che da un paio d'anni se non sbaglio si chiama "Christopher Street Day" (nome della via del Greenwich Village a N.Y. fulcro del neonato movimento gay negli anni settanta).
[Per vedere la gallery delle foto con relative didascalie  basta cliccare sulla foto qui accanto, link al mio web album]
Rispetto ad altre passate edizioni il corteo è certo stato meno affollato (le cifre date indicano 20.000, per me la metà); tuttavia non è mai da sottovalutare lo sforzo di migliaia di persone che  si prendono la briga di sacrificare un pomeriggio per testimoniare la loro volontà di essere prese in considerazione - specialmente nella richiesta di pari diritti.
Ecco, il tema dei matrimoni omosessuali (inutile attardarsi sulle "unioni civili" quando ormai molti paesi di tutto il mondo arrivano direttamente a quello) era ben poco pubblicizzato nel corteo, se non attraverso pochi cartelli artigianali (quelli che ho fotografato: non credo ce ne fossero molti altri). Una maggiore organizzazione anche nella comunicazione degli slogan della manifestazione avrebbe giovato; e invece al solito (quasi "al solito", altre volte non è stato proprio così) la visibilità va al divertimento fracassoso e a certi eccessi esibizionistici. Chiarisco che per me ognuno può venire al Pride acconciato come gli pare, e che il colore e l'allegria del Pride dovrebbero essere sempre ciò che caratterizza questa manifestazione - però non a scapito di una rappresentazione più varia del mondo gay, che è fatta anche di non esibizionisti, anzi, di gente "grigia" talvolta come il collega etero in ufficio (per dire).
Ho notato in generale una maggiore presenza di elementi abbastanza borderline, "sgarrupati" si direbbe - anche qui il discorso non è di non accettazione del "fuori dal comune", ma di quanto questo "fuori" finisca per caratterizzare una manifestazione che dovrebbe rappresentare gli omosessuali tutti - almeno questo è quanto poi si comunica verso l'esterno, verso il pubblico che ci guarda.
In passate manifestazioni ricordo la presenza di una più equilibrata varietà di tipologia di persone - famiglie, studenti, persone anonime, ecc.
Pazienza, ma almeno mi sarei aspettata un po' più di politica (e non mi riferisco alla presenza di un paio di gruppi di un paio di partiti della sinistra), e anche un atteggiamento un po' più incazzato rispetto alla marea montante delle violenza omofoba in Italia. Insomma, una comunicazione più efficace anche rispetto al nostro ritardo come nazione confrontata con i tanti paesi che ultimamente hanno equiparato il matrimonio omosessuale a quello etero: Portogallo, Islanda, Messico (Messico!!)...
Altrimenti mi chiedo: a cosa serve sfilare in corteo ed arrivare sotto al Duomo? Solo per guardare le facce tra l'allibito e l'incuriosito di milanesi "perbene" e turisti vari?
Io comunque mi sono fermata una volta arrivata alla Scala, si era fatto tardi e dovevo ritornare alla base; il corteo sarebbe poi arrivato a Porta Venezia (fino a poco tempo fa la direzione era contraria - da Porta Venezia al Castello).
Il Pride milanese è stata anche l'occasione di ritrovare le amiche di un tempo (di alcune ho immortalato le scarpe, visibili nell'album fotografico), e di scambiare poche parole, coperte quasi sempre da un baccano che le mie orecchie non più giovanili sopportano a stento.

martedì 8 giugno 2010

La perla di Labuan

Fino ai 16 anni ho vissuto nell'inconsapevolezza di essere lesbica; semplicemente vivevo dentro di me in maniera naturale (ma anche nascosta, in un istintivo senso di difesa) il mio amore per le donne, presente da sempre - ovvero da quando qualsiasi essere umano inizia ad interessarsi e interagire con gli altri simili, riconoscendo tra essi quelli che ci trasmettono più calore, più sentimento, e una indefinibile sensazione di esaltazione e felicità.
Il primo ricordo di una "cotta" per una bambina risale al tempo delle scuole medie: era un'amica di una mia compagna di scuola, la incontravo molto raramente quando andavo a trovare questa compagna a casa sua, durante delle bellissime (per me) partite di ping pong. Questa bambina che suscitava in me sentimenti a cui non sapevo dare un nome ( e neanche mi interessava) apparteneva a una tipologia fisica che poi raramente avrei apprezzato: bionda e con gli occhi azzurri.
Non molto tempo dopo mi sarei innamorata all'istante di una creatura più eterea, un personaggio televisivo, anch'essa bionda e con gli occhi azzurri: "Marianna la perla di Labuan".
Chi è cresciuto negli anni settanta sa l'impatto che ebbe sul pubblico giovanile lo sceneggiato "Sandokan", che lanciò il mitico Kabir Bedi e gli altri personaggi della saga salgariana. Tutte le donne e le bambine erano innamorate di Kabir Bedi, tranne me; io spasimavo per quel personaggio di giovane fanciulla da "salvare", timida e dolce, interpretata da Carole André. Posso ricordare anche il momento esatto in cui iniziò il mio "amore": la famosa scena in cui il prode Sandokan salva la perla di Labuan (caduta da cavallo) dall'assalto di una povera tigre. Su Youtube ho trovato proprio quella scena, qui.
Oggi ricordo con un sorriso quei tempi, quell'ingenuità, quei sentimenti molto puri e molto nascosti; tuttavia la televisione fu un mezzo molto importante per la mia formazione sentimentale (nella "realtà" mi muovevo - allora come adesso - con evidente difficoltà).

giovedì 3 giugno 2010

Julianne Nicholson in "Law and Order - Criminal Intent"

Inauguro qui una "rubrica" all'interno del blog dedicata ai miei "amori" televisivi - ragazze e donne rese affascinanti ai miei occhi dalla contingenza del personaggio interpretato e dall'aspetto fisico, quasi sempre così intrecciati da farmi perdere ogni interesse una volta ritrovata la stessa attrice in altri panni.

Julianne Nicholson è un'attrice che non credo sia molto famosa - anche se la si è vista qua e là in parti non importanti in film e telefilm. Nella serie "Law and Order - Criminal Intent" compare in alcuni episodi della sesta serie (serie funestata da molti cambi di attori e attrici ad alternarsi alla coppia principale Vincent D'Onofrio/Kathryne Erbe) in coppia con Chris Noth (noto per interpretare una parte importante in "Sex and the city", telefilm  di cui ho provato a vedere qualche episodio, annoiandomi a morte: decisamente una serie ad alto tasso di eterosessualità e sesso che non fa per me).
Le foto qui postate danno un'idea del tipo fisico della Nicholson, che fa parte di una tipologia che apprezzo al pari di altre: quella della donna dall'aspetto un po' da ragazzo, con taglio di capelli maschile e in generale look molto poco femminile. In uno degli episodi della serie c'è una scena in cui la coppia di detective interroga una meccanica abbastanza lesbica all'apparenza; quest'ultima e la Nicholson hanno uno scambio di battute con qualche sottinteso, sebbene poi non sviluppato negli altri episodi (dove non si accenna più al possibile lesbismo di Megan Wheeler/Nicholson).
La Nicholson peraltro è abbastanza etero, proprio durante questi episodi di "Law and Order" ha pensato bene di fare due figli con il marito (non poteva farli prima o dopo?!, grrrr....).
Una delle cose che più mi affascina delle ragazze con questo taglio di capelli è la visione della parte posteriore della testa - molto sensuale, a mio parere; e che con questo look non siano poi costrette a essere pesantemente truccate, cosa che le trasforma di solito nelle bambole "fatte-per-l'uomo" inespressive e plasticose.
Per chi fosse interessata e non avesse mai visto i telefilm in questione qui c'è un video su Youtube dedicato proprio alla detective Megan Wheeler.



sabato 29 maggio 2010

Tove Jansonn, l'autrice dei "Moomins"

I "Moomins" (o "Mumins" come in traduzione italiana) sono dei simpatici protagonisti di strisce a fumetti realizzati dalla svedese/finlandese Tove Jansonn (1914 - 2001).  Presto il loro successo si allargò un po' in tutta Europa, e infine al di fuori;  furono realizzati anche cartoni animati dei Moomins, e a breve è in arrivo  un film in 3D (qui il trailer).
Mi sono imbattuta in Tove Jansonn per caso, dato che non ho mai letto storie dei "Moomins" (ma può darsi che li abbia intravisti in qualche vecchissimo numero di "Linus", dove furono pubblicati negli anni...). La Jansonn a quanto pare non era una di quelle persone che usa la parola "lesbica" per definirsi (se ne accenna qui) - ma mi piacerebbe leggere una biografia più approfondita di questa autrice che sembrava stare "a suo agio con le  minoranze", come scrive Michele Serra su "Linus" di maggio; non nascondeva però il legame che la legò per una vita alla grafica Tuulikki Pietilä che l'aiutò anche nel lavoro di sviluppo e cura del "mondo" dei "Moomins" (pupazzi, illustrazioni, ecc.).
Forse era una di quelle persone la cui parola "lesbica" sembra riduttiva rispetto a una concezione libera della sessualità, o forse non voleva essere "arruolata" nelle prime battaglie del movimento gay internazionale, e dedicarsi esclusivamente al suo lavoro (ormai assunto a classico nel suo paese): chi può dirlo?
Comunque molte foto che la ritraggono a diverse età mi sembra siano più che eloquenti!
La sua omosessualità traspare anche in minima parte nel suo lavoro fumettistico, magari sottotraccia, come sensibilità? Io non posso dire nulla - come già detto non conosco le sue opere - ma qualcuno qui azzarda di sì, che il modo di tratteggiare certe relazioni tra alcuni personaggi sia un po' "queer" - e immagino che solo chi ha una certa sensibilità possa accorgersi di questo, (se presente nelle storie dei "Moomins").
In rete ho trovato un paio di siti con un paio di tavole del fumetto in questione: qui e qui, giusto per dare un'idea.
In Italia la Black Velvet sta traducendo l'edizione integrale curata dalla casa editrice Drawn & Quarterly, e si può trovare in vendita il primo volume ( e qui si possono scaricare le prime 4 pagine in Pdf), "Mumin e i briganti".
Infine linko un articolo di Paul Gravett,  curatore di una grande mostra su Tove Jansonn l'anno scorso a Bruxelles: ci sono molte foto (come quella che si vede qui sopra a destra) e molte informazioni.

martedì 25 maggio 2010

Voglia di genitorialità

Lo confesso, fino a non molto tempo fa facevo parte della nutrita schiera dei dubbiosi rispetto al desiderio (ed eventuale diritto) delle coppie gay e delle lesbiche di poter crescere dei figli (naturali o adottati).
Non è facile liberarsi dai pregiudizi dovuti all'essere cresciuti in una società come la nostra, dominata dal paradigma eterosessuale e patriarcale veicolato da secoli dalla Chiesa cattolica - con tutto quel che ne consegue. Crescere e respirare in quest'ambiente culturale vuol dire assimilare per osmosi, senza neanche rendersene conto, pregiudizi e falsi miti; solo una forte personalità, o una volontà di conoscere e capire, o anche un ambiente liberale possono contrastare la tendenza al conformismo delle idee.
Il desiderio di paternità e maternità di gay e lesbiche (lesbiche più che altro) iniziava già a farsi strada un po' di anni fa, lentamente e in sordina, mentre magari erano guardati con diffidenza primariamente dagli stessi  omosessuali che non capivano questa esigenza - che oltretutto avrebbe comportato ostacoli mostruosi, e probabilmente - si diceva - avrebbe reso difficile la vita a questi figli che sarebbero stati certamente ostracizzati a scuola, ecc.
Questo argomento nel secolo scorso veniva usato rispetto ai figli delle coppie miste nell'America dell'emancipazione dei neri, appena avvenuta, e quindi ancora impreparata - si diceva - ad accogliere questa sconvolgente novità.
Nel caso delle adozioni tanti anni fa Giovanni Dall'Orto (il suo sito si trova tra i links a lato) diceva che i gay non potevano pretendere questo "diritto", in quanto il solo diritto è quello dei bambini ad essere adottati - bambini che avrebbero trovato difficoltà ad essere accettati in questo tipo di società, e tutto per le esigenze egoistiche dei genitori...
Non è un argomento da sottovalutare, certo, ma come trattare allora i numerosi casi dei bambini figli di genitori divorziati che poi creano nuove famiglie con persone dello stesso sesso? Ogni nostro comportamento è passibile di essere "egoistico", qualsiasi comportamento che si discosti dalla "normalità sociale" lo è: per questo deve essere a priori considerato riprovevole?
In altri stati, negli USA in special modo, da tempo questi bambini in teoria svantaggiati crescono all'interno di famiglie gay e vanno a scuola, e ci sono studi ormai di decenni che dimostrano che i figli in questione non hanno incontrato più difficoltà della media degli altri bambini, anzi.
Per chi voglia approfondire la questione c'è un libro abbastanza recente (e che presenta dati più aggiornati) scritto da Chiara Lalli, "Buoni genitori". A questo link si può trovare un'esaustiva intervista all'autrice, che da tempo interviene spesso nei dibattiti a favore dei diritti degli omosessuali e che ne scrive (anche) nel blog "Bioetica" a cui collabora.

A parte gli studi e le nostre remore personali bisogna mettere in conto anche le esperienze: conosco almeno un paio di coppie lesbiche che hanno figli ormai cresciuti che non hanno avuto problemi particolari con i loro figli, che sono normalissimi. Come loro da tempo in Italia ci sono tantissime famiglie omogenitoriali che hanno deciso di costituirsi in associazione, sono le Famiglie Arcobaleno. e un documentario sta per uscire sull'esperienza di due coppie omosessuali alle prese con la genitorialità: una cobbia di lesbiche che sta già crescendo tre figli, e una coppia di gay che sta cercando una madre surrogata (argomento che suscita un nuovo genere di domande, e il dibattito è infatti aperto).  Il documentario si chiama "Il lupo in calzoncini corti" ed è in fase di postproduzione; per chi volesse sostenere l'iniziativa, che è andata avanti proprio grazie all'apporto di finanziatori esterni, qui c'è il link.

I bambini di coppie gay si pensa che possano trovare qualche difficoltà a scuola, ad esempio, stante che il livello medio delle famiglie etero potrebbe essere quello che si vede in trasmissioni come queste (che, non dimentichiamolo, vengono viste da milioni di italiani): suggerisco di leggere anche i commenti lasciati su Queerblog perchè certe argomentazioni sono molto interessanti.
In realtà i bambini in genere spesso hanno risorse che neanche ci aspettiamo, ma i figli di coppie gay in particolare vengono cresciuti ed educati ad avere rispetto per se stessi e la loro famiglia, ad avere anche una forza che spesso, nelle ricerche che si fanno su di loro si trasforma in una maggiore maturità ed equilibrio.
Io personalmente non ho mai avuto alcun istinto alla maternità, alcun desiderio cosciente o incosciente: troppo presa dai miei problemi, dalla mie mancanze. Le donne lesbiche che ho sentito avere questa esigenza invece erano molto sicure e forti, motivate e consapevoli, senza alcun dubbio più di certe donne etero che i figli - a volte - li fanno per seguire la norma sociale, per sentirsi "realizzate": e si vede poi nel modo in cui vengono cresciuti, questi figli...

giovedì 20 maggio 2010

Anne Holt e la serie con l'ispettrice (lesbica) Wilhelmsen

Nel  1999  uscì in libreria un libro dell'allora sconosciuta Anne Holt: "Sete di giustizia", edito all'interno della giovane collana dedicata ai gialli e ai noir della Hobby & Work.
 Probabilmente ne lessi notizia da qualche parte, e l'accenno all'"ispettrice di polizia lesbica Hanne Wilhelmsen"-  protagonista della storia - risvegliò il mio interesse.
Il libro presenta una seconda parte abbastanza dura, cruda, perchè si parla di stupro, e di vendetta. Tuttavia la parte in cui si parla dellle paure di Hanne Wilhelmsen, del suo temere la reazione di amici e colleghi una volta scoperta la sua convivenza e relazione con una donna, be', l'ho trovata perfetta: la descrizione dei suoi sentimenti più intimi, la trepidazione, la paura esagerata (che bella la scena in cui si rivela  - attesa da tempo! - al  suo amico) - sono le "riluttanze" che riconosco, e ripercorro con stupida nostalgia: chi vorrebbe ancora rivivere quei momenti in cui per prima cosa abbiamo paura di noi stesse?
Sapendo che il libro in Norvegia era apparso in una serie con protagonista il commissario in questione speravo arrivassero in Italia altre traduzioni. In realtà non si è più visto nulla di Anne Holt fino alla pubblicazione di  "Quello che ti meriti" nel 2008 (con Einaudi) che fu un successo, inserito nell'onda dei best seller nordici. Qui tuttavia i protagonisti sono una coppia di detective - lui e lei, abbastanza etero se non sbaglio  - così come nei 2 libri seguenti.
Il mese scorso invece è riapparsa Hanne Wilhelmsen  in "La dea cieca". Certi ormai della fama della Holt la Einaudi ha cominciato (credo) a pubblicare la saga della "mia" ispettrice lesbica partendo dal primo volume ("Sete di giustizia" è il secondo della serie).
Aspetterò di comprare il libro una volta raggiunta l'edizione economica; mica per altro, lo stile della Holt mi pareva passabile in "Sete di giustizia", ma dei seguenti libri pubblicati in Italia  ho provato a leggerne uno abbandonandolo per noia dopo una trentina di pagine!

Perchè "lesbica riluttante"

Perché "lesbica riluttante"?
Sono sicura che quasi nessuna lesbica sotto i 30 anni userebbe mai l'aggettivo "riluttante" per definirsi; magari "non dichiarata" - e magari solo al lavoro (o il contrario, dichiarata al lavoro e non in famiglia).
La "riluttanza" quindi indica uno stato d'animo del tutto personale e in un certo senso disgiunto da ciò che sono pubblicamente: molti miei parenti sanno che sono lesbica, e molti miei colleghi, nonché tutti gli amici (quelli veri) e molti conoscenti. Molti, non tutti (parlerò delle motivazioni di questa situazione più in là, in post successivi magari).
Bisognerebbe immaginare una timida, repressa, ingenua ragazza cresciuta a cavallo tra anni settanta e ottanta del secolo scorso per capire il significato della parola "riluttanza" - un misto di sensi di colpa, odio di sé, orgoglio, consapevolezza che lentamente negli anni si è trasformata in serena accettazione.
Ma sapete com'è, anni e anni di ferite non possono essere cancellate facilmente; quello che siamo stati lo portiamo in noi non solo come ricordo, ma come sostrato di quello in cui poi ci siamo trasformati.
Le cicatrici rimangono; sotto pelle, invisibili agli altri e, vogliamo scommettere (ma non dovremmo), anche a noi stessi.
Una parte di me vorrebbe un giorno riunire il blog "B" al blog "A" (che parla di tutt'altro), un'altra parte lo ritiene inutile e controproducente (sono una persona molto pratica), un'altra parte ancora cerca di non desiderare e immaginare perchè sa che vivere alla giornata è la sola filosofia di vita a cui pensa di essere pervenuta in quasi 50 anni.
Un altro significato dell'aggettivo "riluttante" è quello riferito alla mia vita sociale e sentimentale - pressocchè nulle. Dopo anni di frequentazioni dell'"ambiente" e anni di tentativi di approcci sentimentali falliti al 99% (e l'1 riuscito me lo son fatto bastare) direi che "riluttante" serve a descrivere il mio possibile riavvicinamento (se ci fosse l'occasione) a queste due sfere dell'interagire umano.
Tuttavia mi concedo ogni anno una sortita al Gay Pride e qualche giornata al Festival del Cinema Gay - occasioni per salutare e rivedere persone che ormai non incontro più nei luoghi frequentati una volta (locali, associazioni, feste).